Cercare di capire il baratro della vacanza

Cercare lavoro è sfibrante.

Certo, la mia vita prima, con un lavoro stabile che odiavo, era una merda, ma adesso sono stanca.

Non capisco bene a chi scrivere.

Ogni volta che faccio un’application non so se il mio tono sia giusto, non so a chi rivolgermi, odio le attese dopo le email.

La risposta automatica di un’agenzia di lobbying molto grande e molto importante di Bruxelles e del mondo, dice che se non sarò ricontattata entro 4 settimane, vuol dire che non sono interessati al mio profilo.

Quindi io conto e faccio un’altra application.

Mi annoia cercare lavoro, non riesco ad emozionarmi mentre scrivo l’ennesima cover letter, e forse è per questo che ancora non lavoro.

Prima della Corea ho fatto un altro colloquio, siamo rimaste che ci saremmo sentite al mio ritorno in Belgio.

Le mando una mail in cui le chiedo un feedback, ma scopro che questa settimana, non ci sono lavori in Parlamento, e la prossima sono a Strasburgo.

Purtroppo non c’è modo di leggere le email fuori dal palazzo, fa parte della loro politica di sicurezza.

Per cui se tutto va bene, avrò una risposta tra due settimane, dopo 40 giorni dal colloquio.

Probabilmente è colpa del fatto che ho sempre lavorato nel privato. Io sono abituata a risposte immediate, a email a tutte le ore e a telefonate di notte.

Qui invece sono lenti e a volte nemmeno rispondono.

Mi sembra di perdere tempo.

Dall’altra parte, mi sembra di essere in perenne vacanza, come se la mia vita in Belgio non fosse ancora iniziata veramente perché ancora non lavoro.

Sono un po’ stordita, e forse mi servirebbe una mano a capire il mercato del lavoro di questo paese.

Non so.

È tutto un po’ in bilico.

Boh.

Tra l’altro, qui è inverno.

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la corea del sud e la pasteis

la prima cosa che ho notato di Seoul è il grigio. il grigio dei palazzi, delle strade, e anche se il cielo era azzurro e l’aria limpida, mi ha colpito come una gomitata il grigio. la seconda cosa è stata la puzza, come se fosse zolfo. e quella davvero non l’ho capita.

poi è stato tutto diverso.

la città nella sera si illumina come una lampadina fatta di acidi e neon, le strade diventano sentieri pieni di gente e movimento, l’umanità ruota su percorsi non capiti e si veste a festa, e l’aria si riempie di odori di cibo e kimchi.

il kimchi è l’orgoglio nazionale della Corea.

verdure fermentate nel peperoncino e nelle spezie, un’esplosione di rosso e giallo e arancio e oro.

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i coreani lo usano per fare qualsiasi cosa, dalla carne alla brace alle omelette.

poi le bacchette di metallo e il cucchiaio, il riso al curry e il ghiaccio nella soba, i centri commerciali e gli ambulanti per strada.

in Corea sono ossessionati da due cose: calzini e maschere per il viso. e ogni venditore che si rispetti ha entrambi i prodotti.

i coreani sono sembrati all’apparenza più equilibrati e aperti dei giapponesi e meno caciaroni e sopra le righe dei cinesi. i capelli lucidi delle donne coreane riflettono il sole tutto il giorno, gli uomini coreani hanno sempre il taglio a scodella e sorridono un sacco.

le coppie coreane si tengono per mano in metropolitana. non l’avevo mai visto al di là degli Urali.

a Seoul i palazzi reali sono a dentro la città e gli stili architettonici si mischiano tra loro tra grattacieli e case di re.

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a Gyeongju le tombe dei sovrani sono delle colline vere e proprie e il pane locale assomiglia a dei pancake ai fagioli rossi.

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la cultura k-pop è al centro della musica, della tv e del cinema. tanto che si può trovare un intero quartiere dominato da idol e band di ragazzin*.

gli animali domestici non sono permessi nella maggior parte delle abitazioni a Seoul, motivo per cui i cani sono rarissimi.

a Seoul ho pensato che avrei anche potuto viverci, a Tokyo e Pechino, una volta esplorate, mai.

 

questo viaggio è stato come un bacio all’improvviso.

un bacio bello e caldo e sorprendente.

 

 

 

 

 

 

 

settembre è un mese in una scatola piccola

settembre è scomparso in un battito di ciglia, proprio quando mi rendevo conto di aver bisogno di più tempo.

è stato un mese pieno di cose.

sono stata in italia per un matrimonio e un compleanno, sono stata a vienna per un weekend di amore e lille in francia per una toccata e fuga, ho fatto un colloquio e iniziato il corso di francese, risentito quelli del colloquio e organizzato due cene a casa, piegato una montagna di panni e fatto un cambio di stagione.

a settembre è passato un anno dal mio matrimonio e nemmeno me ne ero accorta.

ho imparato a fare il bagno nella vasca come se fossi ritornata bambina e ho riscoperto il piacere del calore e delle bolle.

ho fatto su e giù con bilancia perché ogni weekend recuperavo un po’ di quello perso.

ho camminato da sola per bruxelles, e mi è piaciuta.

ma ho pensato a roma, e mi sono sentita un po’ triste.

ho capito che amore e lavoro sembrano non poter andare mai bene insieme, come se una delle due precludesse l’altra nella realizzazione dei propri obiettivi.

ho fatto una preghierina giapponese per un’amica che vuole un bambino e ho ragionato sulla sconvolgente verità di essere circondata da gente che non si preoccuperà più dei concepimenti come dei possibili disastri, ma li potrebbe iniziare a cercare, consapevolmente. non ci avevo mai pensato davvero.

ho pianto molto guardando un film che doveva essere una commediola leggera e mi sono sentita un po’ in colpa con jane austen per aver visto orgoglio pregiudizio e zombie. talmente tanto che sto rileggendo tutti i romanzi.

ho ancora troppo tempo libero e a volte davvero non so come riempirlo, però ho un sacco di progetti di giri e di viaggi e di avventure e di scoperte che ho finito per non stancarmi ancora della mia (speriamo breve) condizione di disoccupazione.

c’è tanta musica nella mia vita in questo periodo.

ho ripreso a riascoltarla quando sono per strada da sola, come non mi succedeva da quasi 10 anni. e in effetti è come se mi fossi fermata a una playlist di dieci anni fa.

cerco sempre la mia strada.

 

 

 

Expat si nasce, non si diventa

Expat è quell’espressione un po’ fighetta con cui definiscono quelli che 10 anni fa chiamavano “cervelli in fuga” e 20 anni fa erano sono emigranti laureati.

Non posso dire di essere una expat, visto che ho mollato un lavoro stabile che avevo per venire a Bruxelles dove adesso ancora non lavoro, però in qualche modo dovrò definirmi.

Dovrei definire il fatto di aver, in questi tre mesi, frequentato solo italiani (quando sono diventata una di quelle che frequenta solo i propri connazionali?), comprato cibo locale a prezzi mostruosi e essermene lamentata, avere un numero belga con telegram e uno Italiano con WhatsApp, essermi raffreddata appena è arrivato il freddo.

Ah, qui a Bruxelles fa freddo da almeno due settimane. Più o meno il clima che a Roma c’era a gennaio. I locali dicono che non è ancora iniziato l’autunno.

La mia vita belga procede con qualche novità:

  • Ho iniziato il famoso corso di francese, e visto che lo faccio dalle 18:30 alle 20:30, è pieno di vecchi come me. Escludo che il corso possa aiutarmi a conoscere dei gioiosi Erasmus che mi portino a bere o alle feste.
  • Ho fatto un colloquio e sto mandando molte application per cose che a Roma me le sognavo. Soprattutto le risposte.
  • Ho già fatto il cambio di stagione, signora mia!
  • Sto leggendo molto.
  • Ho organizzato diverse cene trasformando il mio periodo di dieta in cene light per tutti. La tragedia è che ho del gelato in freezer che sto cercando di ignorare.
  • Sto cercando un lavoretto per riempirmi qualche ora e per avere le giornate occupate, almeno fino a quando non troverò un lavoro vero.
  • Mi sono resa conto di aver iniziato la mia vita belga molto più in questi ultimi 12 giorni di settembre, che nei tre mesi estivi appena passati.
  • Mi manca Roma, ma non la vita che facevo a Roma.
  • Ho già programmato il ponte dei morti e il Natale, perché siamo solo a settembre, ma i biglietti aerei per quelle date costano già uno sproposito.
  • A ottobre vado a Seoul.

La mia vita qui procede bene.

Pare anche che io abbia individuato l’uomo delle mozzarelle di bufala from Campania, e questo anche mi rassicura.

Per la prima volta, da quando sono arrivata qui, inizio a vedere un futuro in questo paese e non solo un salto nel vuoto.

Ho molta fiducia, come sempre.

Tre

Tre anni senza Marta.

Il dolore adesso è diverso, è meno sordo, è meno nelle ossa.

La mancanza è una specie di cuscino del divano che sprimacci per dargli la forma che vuoi sotto la testa.

Ma alcune date sono lì per sempre.

E allora ancora la notte tra il 23 e il 24 ti svegli. Ancora piangi. Ancora imprechi.

Quante cose ci saremmo dette in questi tre anni, quante cose avremmo vissuto insieme.

Saresti venuta qui a Bruxelles e avresti iniziato delle teorie complottiste per aiutarmi con la ricerca del lavoro.

Ti sarebbe stata sul cazzo Bruxelles, troppa gente che lavora e che si agita. Anche se forse avrebbe guadagnato qualche punto per i ristoranti della Guida Michelin. Oppure ti saresti fatta catturare da questa dimensione istituzionale in cui sembra che qui si prendono davvero le decisioni sul mondo, e magari ti sarebbe piaciuta anche la birra.

Ci sei sempre.

Ciao Marta.

la catena blogger nostalgica che ci sta tutta a 30 anni

rispondo a un caso di tag evocato dal potente zeus.

un’adorabile catena per tirare fuori tutta quella merda di cui ci riempiva la tv di mediaset negli anni 80 e 90, così pensavano tutti che eravamo più ricchi perché desideravamo più cose. di plastica.

le regole:

Usare l’immagine del tag – mi sa che me la sono persa
taggare e nominare l’ideatore – fatto
Elencare usando anche delle immagini almeno 5 giochi/oggetti legati alla vostra infanzia (da 0 a 12 anni max) – di seguito in ordine sparso e non di preferenza
Nominare, taggare e avvisare almeno 5 amici blogger – a taggare non li taggo perché credo nella autodeterminazione dei popoli e dei bloggers, quindi se vi va, fatelo. se no maleditemi e basta.

 

1- il tamagochi

chiaramente ho bramato per mesi per avere questo pollo digitale che tutti avevano, poi l’ho avuto, ci ho smanettato malamente per 1 mese, ho consumato la batteria e niente. è morto lì. mi è capitato anche dopo: preda di passioni travolgenti per un periodo tra le due settimane e i sei mesi, poi dopo niente. morti e lasciati nel dimenticatoio per sempre. il problema è che qualche volta l’ho fatto anche con le relazioni con gli esseri umani, ma d’altra parte, ho sempre saputo di non essere molto portata per il genere umano. per questo ho fatto scienze politiche.

 

2 – la casa in vacanza di barbie, che giustamente, era una valigia

forse non tutti sanno che sono mossa dal sacro fuoco dell’immobiliarismo e che in tutti posti in cui vado, cerco annunci di case. nelle mia mente sono registrati decine di affitti e proposte di vendite di case di tutti i continenti visitati (non vedo l’ora di guardare il mercato immobiliare di Seoul). a otto anni i miei genitori mi regalarono il vero oggetto di desiderio del 1995: la casa portabile di barbie. il tetto era il fuori della valigia portabile (una casa vacanza che potevi sempre portare con te – e non una squallida roulotte da barboni, qui avevamo la vera classe: qui, avevamo un giardino), aveva le ringhiere liberty e il fuoco disegnato. era bellissima. era rosa.

 

3 – polly pocket

non è che alle ragazze piaccia andare in giro con le borse piccole, è che da piccole abbiamo tutte avuto il microcosmo nella scatolina di plastica: il mondo di polly pocket. e non importa se tu devi andare a una riunione con il capo del mondo, la tua borsa sarà piccola perché se quella stronza di polly in un palmo della mano ci faceva stare una città, tu puoi farci stare quello che ti serve. è andata così anche per me. io adoravo questi  piccoli microcosmi : i miei personaggetti andavano al lavoro, andavano a scuola, si innamoravano e organizzavano libere elezioni democratiche. le mie polly votavano. bisogna prendere sul serio l’amministrazione dello scrigno di plastica, o tra qualche anno si finirà come con l’atac a roma.

 

4 – diario con il lucchetto

da bambina, soprattutto alle elementari, sono stata una bambina piuttosto smorfiosetta. mi piacevano i pizzetti, il rosa, i fiorellini e aberrazioni del genere. ovviamente ritenevo che tutto il mondo girasse intorno a me, motivo per cui, come tutte le ragazzine che si rispettano, avevo un diario segreto con lucchetto per i miei pensieri segretissimi che sicuramente il mondo avrebbe cercato di carpire per progettare armi di distruzioni massa. il problema è che quando ho finito con i lucchetti sui diari, ho fatto del “diario” un vero strumento per solleticare la mia grafomania. fatto sta che dal 1994 al 2006, più un altro paio di eccezioni, ho collezionato un totale di 13 diari segretissimi o meno pieni di amenità. per fortuna poi è arrivato internet.

quindi ora, oltre a quello cartaceo, ho anche il blog.

 

5 – collana dei libri “le ragazzine”

contrariamente a quello che si potrebbe pensare, non sono stata una grande lettrice da bambina: la tv, i giocattoli e i miei amici fisici mi sembravano terribilmente più interessanti di tutte quelle pagine. ad aggiungersi c’era anche il fatto che sono nata in una famiglia di grandi lettori e a casa mia si è sempre letto moltissimo. motivo per cui, se tutti leggevano, io non volevo. all’epoca, nella ridente città dell’irpinia in cui sono cresciuta, c’era un libreria indipendente in cui con i miei andavamo almeno una volta ogni 10 giorni. un giorno, intorno ai 9-10 anni sono stata attirata da un libro con copertina rosa (ho già parlato del mio gusto discutibile da bambina, ve’?). uno di quei libri è quello che ha svoltato la mia carriera da lettrice: la copertina rosa, i capitoli in cui si alternavano disegnetti alle parole scritte sotto forma di diario e la mia altra grande passione: le adolescenti.


un’altra cosa che volevo assolutamente fare da piccola era essere un’adolescente. io ero ossessionata dall’idea di diventare un’adolescente, forse perché mi sentivo più grande degli altri, o perché pensavo che gli adolescenti avessero vite fighissime o boh. adesso gli adolescenti mi terrorizzano, ma suppongo faccia parte del gioco.


fatto sta che un libro scritto come se fosse il diario di un’adolescente era esattamente quello di cui avevo bisogno, un vero e proprio spioncino attraverso il quale avere una posizione privilegiata nell’osservazione di questo fenomeno affascinante. nel corso degli anni, ho divorato la collana di libri in questione, con il risultato un po’ contorto per cui, per tanto tempo, sono stati proprio gli unici libri che avessi mai letto.

 

se vi siete fatti una pessima idea di me: sono d’accordo.

per fortuna poi è arrivato la secchionaggine.

e poi la musica.

e poi la politica.

non ci stava più bene il rosa.

 

e ora, in tema:

 

And we know that you can go and find some other
Take or leave it ‘cause we’ve always got each other
You know who you are and yes, you’re gonna breakdown
You’ve crossed the line so you’re gonna have to turnaround
Don’t you know it’s going too fast (ooh, to fast)
Racing so hard you know it won’t last (ooh, won’t last)
Don’t you know why can’t you see
Slow it down, read the sign
So you know just where you’re going
Stop right now thank you very much
I need somebody with a human touch
Hey you always on the run
Gotta slow it down baby, gotta have some fun.

 

la dieta logora sempre chi la fa.

sono tornata dalle ferie e sono a dieta.

di nuovo.

e tecnicamente, stavolta, le ferie non erano nemmeno le mie, visto che al momento non lavoro.

allora.

sono tornata da un periodo di vacanza all’esplorazione del benelux (perché noi siamo coinvinti europeisti) , e mi sono rimessa a dieta.

rimessa perché nel corso degli ultimi 10 anni non ho fatto altro che angosciarmi per le mie variazioni di peso, per il mio fare a fisarmonica e per la mia fortuna/sfortuna per cui mi accorgo di essere ingrassata di nuovo solo 10 kg dopo, perché il mio corpo è fatto così.

ho avuto modo di fare una chiacchierata con mio cervello a tu per tu sulla questione della dieta, della mia continua e mancata accettazione fisica e del fatto che sono una molla di mutanda e non riesco a darmi una scossa.

questo è quello che ne è emerso:

  • mi è sempre piaciuto mangiare e visto che sono una culo pesante, mi piace anche stare comoda e ordinare la cena/pranzo fuori così me lo portano a casa. non va più bene. deliveroo non può campare in belgio solo perché a me pesa il culo di fare la spesa.
  • dal modo rapido con cui il mio corpo è ingrassato nell’ultimo anno (andando ad aggiungersi ad altro peso che già non volevo avere) ho capito una verità incontrovertibile: ho la tendenza a ingrassare e a 30 anni, se non voglio farmi una malattia coronarica a 40 perché mi pesa il culo, magari un po’ mi devo riequilibrare
  • tu dici curvy, io penso a una cicciona. non c’è niente che io possa fare, e non posso negare quello che penso: non sono mai stata secca, non sono mai stata una taglia 40, e anche se ho eretto ashley graham a modello di vita supremo, non posso negarlo: io non voglio essere così. non voglio essere tanta, non voglio essere burrosa e anche se faccio delle simpatiche battute sulla taglia polpetta che va bene la domenica a pranzo, io non voglio essere così. sono una femmina anche io in fondo: se sei secca vuoi le tette, se hai le tette, ti fanno schifo. e no, non mi consola sapere che marilyn mornoe era una 46. non mi consola per un cazzo.
  • avete notato il terribile assioma per cui una ragazza abbondante deve essere per forza simpatica? ecco.
  • il mio obiettivo stavolta è ragionevole, ma la verità è che ho capito che se dovessi raggiungerlo, mi toccherà stare a dieta tutta la vita per mantenerlo davvero. praticamente il mio corpo da trentenne mi ha fatto sapere che diventerò una di quelle che MAGARI AL RISTORANTE NO, oppure peggio: OK, MA SOLO UN’INSALATA.

e lo so che se fossi stata attenta in questi ultimi 10 anni adesso non starei qui a contare calorie e fare esercizi pensando che la vita è una merda.

lo so già.

come so già che se nella prossima vita rinascessi magra di costituzione, probabilmente non mi piacerebbe mangiare. lo so.

perché per un brevissimo periodo della mia vita sono stata magra e quindi è diventato tutto un susseguirsi di checazzomenefrega (mangio e quindi ingrasso) e nonsaròmaipiùfigacomequellavolta (mi metto a dieta e quindi sono intrattabile) negli ultimi 10 anni.

 

 

e là fuori c’è gente con problemi seri e io sto qui a lamentarmi perché ho fame.

e giustamente me ne vergogno pure.

 

i primi giorni di dieta sono quelli in cui mannaggiacazzo la vita.

poi mi passerà.

forse.

ashley tantaroba graham