so…

e quindi? come va?

mah. va. meglio dell’anno scorso, meglio di due anni fa. pero’, forse perché sono nata per essere un po’ insoddisfatta, non mi sento a mio agio in questa situazione. mi hanno preso per fare un lavoro, e poi mi hanno lasciato a me stessa. mi hanno messa a fare le “mie ricerche” perché hanno scoperto che potevo farle, ma non ascoltano i risultati. dicono di non avere budget e poi si perdono i soldi perché non riescono a organizzarsi. non riesco, francamente, a capire cosa ci faccio qui. e la cosa tragica, é che al momento loro servono a me e al mio benessere mentale, più di quanto io serva a loro.

e questo lo trovi deprimente?

si.

prima lavoravi una media di 13 ore al giorno ed eri sempre stanca e frustrata, ora lavori 30 ore a settimana e ti lamenti che non lavori abbastanza? é un po’ paradossale, no?

non é che mi lamento di non lavorare abbastanza, mi lamento di lavorare a vuoto. faccio un lavoro che nessuno verifica, senza budget e pieno di progetti che non si realizzeranno. loro non investono in comunicazione perché hanno altre priorità, quindi mi tengono li’ a lavorare su cose che per loro non sono importanti.

quindi é questo il problema? ti scoccia di non essere la star, la vittima sacrificale di cui tutti hanno bisogno, quella che si ammazza di fatica. loro non hanno bisogno di te, é questo che ti strugge.

non cerchi nemmeno di giustificarti?

non é cosi’. e poi loro sono gentili, ma non riesco a integrarmi, non socializzo. 

vabbé, ma tu che hai fatto per loro? che hai fatto per integrarti?

ho fatto i brownies!

una volta, due mesi fa. e poi non puoi usare il cibo per tutto.

ma io…

ecco, smettiamola un po’ con questo IO IO IO.

sigh.

 la signora pasteis é in una fase di lamentazione mista ad analisi e critica di coscienza. vorrebbe rendersi più utile, essere maggiormente impegnata, sentirsi di nuovo indispensabile. invece in questo paese di praline e birra, il rapporto con il lavoro é completamente diverso, e forse é a questo che non si é ancora abituata.


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come cambia la mia musica

oggi é successa una cosa un po’ stupida.

oggi ho scoperto, all’improvviso e per caso, dell’esistenza di un rapper della mia città natale, diventato famoso negli ultimi anni, dopo quindici anni di abnegazione e sforzo.

un uomo della mia città diventato famoso non in quanto politico* ma in quanto artista.

praticamente, gli ultimi degni di nota sono un inviato di Striscia la Notizia e un concorrente di Amici**.


* ancora non riesco a capire come sia possibile che una provincia con appena 400000 persone, caghi fuori tutti questi politici della prima repubblica e sottosegretari all’interno

** sia ben chiaro, il mio popolo di apparenza, é un popolo fiero e gentile. un popolo di gente che si é trovato da solo e si rialzato anche quando la terra tremava letteralmente sotto i piedi. il mio é un popolo di lupi. poi ci stanno le scelte politiche di merda che ancora non abbiamo finito di pagare, ma quella é un’altra storia, o forse no.


la cosa mi ha fatto ancora più impressione perché è laureato nella mia università e perché é stato a Sanremo2018 e io l’ho completamente rimosso.

non sono una fan del rap e dell’hip hop e anche alcuni di quei fenomeni più recenti e “distorti” come la trap mi risultano abbastanza estranei.

negli ultimi anni la musica ha avuto su di me un ruolo diverso.

non é stata più l’unica ragione, la compagna necessaria per le mie giornate.

é diventata, piuttosto un’operazione nostalgia, in cui mi sono ancorata a cose che ascoltavo da ragazzina e che mi sono rimaste dentro.


motivo per cui ho speso una cifra mostruosa per andare a vedere il concerto a Londra delle spice girls a giugno.

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say you’ll be there!


nelle mie playlist ci stanno Beyoncé e i Black Sabbath, ci stanno le sigle dei cartoni animati e i Beatles, Max Gazzè e  Lady Gaga.

le scoperte musicali che ho fatto negli ultimi cinque/sette anni, sono piuttosto dei motivetti capitati per caso nelle liste di Spotify.

tutto questo per dire che, tra le cose che mi sono portata dietro, con cui ho avuto voglia di continuare a rapportarmi e a scoprirne le novità, anche arrivata a 30 anni, la musica, non é stata la protagonista.

mentre i libri e la lettura, con cui ho avuto un rapporto conflittuale da adolescente, dopo i 20 sono diventati linfa vitale; la musica, poco a poco, é diventata un sottofondo, una comparsa, non più un’attrice protagonista.

tutto questo per dire che, in fondo, il rapper in questione, non lo avrei seguito a 15 anni e non credo che lo seguirò adesso, ma a 15 anni avrei conosciuto le sue canzoni e lo avrei snobbato con dignità e arroganza, ora mi tocca cercarlo su Spotify e sballare tutta la playlist di Cristina d’Avena realizzata con anni di sforzo.

pero’ che cazzo di grinta che gli ci é voluta per non mollare.

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I buoni se messi alla prova poi sono un incubo
I buoni se messi alle strette alla fine vincono
E tuoni e lampi e saette non mi colpiscono
Lambiscono, ma non resistono
Sole di mezzanotte
Lasciami dormire e non brillare più
Sole di mezzanotte
Ogni guerriero, ogni soldato vero
Delle volte deve andare giù

 

 

 

inchiostro sulla pelle, ancora

chi mi legge da un po’ di tempo, sa che dentro di me vive un’adolescente di sedici anni con la passione per il trash anni 90 e un po’ di schizofrenie tipiche di chi ha da poco superato i 30.

quindi.

visto che ho un gusto per il trash bello forte, la settimana scorsa mi sono fatta tatuare un drago.

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in gioventù ho collezionato creature e animali fantastici di ogni tipo, il drago, ovviamente, era il primo e il più importante tra loro. non sono nemmeno sicura che valga la semplificazione di animale fantastico quando si parla dei draghi nella letteratura.

con la tatuatrice abbiamo ragionato su un animale di ispirazione celtica e non orientale, su un animale in movimento e non statico, su un disegno minimal e non particolarmente ricco di particolari e quindi in bianco e nero.

il mio drago assomiglia più a smaug pensato da tolkien che a shenron pensato da toriyama.

il drago rappresenta un simbolo di forza e potere, ma é anche il modo con cui negli anni 90 chiamavano l’eroina, e nel tempo é diventato l’animale simbolo di un certo tipo di cultura di destra, che avvicina la cultura celtica agli stronzi. come se le due cose avessero un legame.

e parlo di questo drago tatuaggio da 15 anni, quindi anche se é un simbolo virile e le ragazze di solito si fanno tatuare le farfalle, e io ormai ho 31 anni, non me ne frega niente. avevo bisogno di questo drago.

personalmente ho sempre creduto nel potere dei simboli, motivo per cui preferisco farmi letteralmente guardare le spalle da un drago.


con tutto il rispetto per le farfalle.


 

ogni tanto mi sono domandata come mai una persona “seriosa” e legata alle regole, come me, subisse il fascino della decorazione fisica, tipica di un certo tipo di cultura, che legittimava piercing e tatuaggi già a partire dalle scuole elementari.

oggi piercing e tatuaggi non hanno più quell’alone di stravaganza e sottocultura che avevano una volta. tatuaggi e piercing ce li hanno i ragionieri, come i marinai, come i poeti e le soubrette.

questo é uno dei motivi per cui il primo tatuaggio l’ho fatto da grande. pur subendo da anni il fascino dell’ago e dell’inchiostro, il tatuaggio doveva essere una cosa, nella mia testa, ragionata.

al momento sulla mia pelle ho due marchi.

ne arriverà un terzo.

il primo é il simbolo dell’amore per sempre, della mia fascinazione per le storie buone e della vita che supera la morte.

after all this time? always.

l’ho fatto un mese dopo la morte di marta e durante la separazione dei miei genitori.

l’ho fatto per ricordarmi che ero viva quando mi sembrava che intorno a me, stesse morendo tutto.

il secondo, il drago, é il mio guardiano. rappresenta un’adolescenza con i libri fantasy, il gioco di ruolo, gli universi paralleli che mi sono costruita nella testa e che mi hanno aiutata a superare un’adolescenza in provincia e il panico della grande città.

l’ho fatto per sottolineare che la fantasia é l’arma più potente che ho ed é l’alleata più forte di quell’amore oltre le cose in cui continuo a credere.

il terzo, che arriverà, é un ibisco cinese.

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questo é il fiore simbolo della corea del sud, rappresenta il potere politico in giappone ed é uno dei fiori più importanti dell’asia.

l’asia, oltre alla cultura fantasy, rappresenta per me l’esplorazione e il viaggio. appena ho avuto dei soldi, li ho spesi in viaggi. ogni volta che ho potuto, ho scelto una meta asiatica ben precisa.

l’ibisco è anche il primo fiore che é cresciuto nella nostra casa di bruxelles.

 

 

ho scoperto, ora più che mai, di avere una natura romantica e sdolcinata e che i tatuaggi, anche quelli un po’ maschili, altro non sono che un modo per sottolineare chi sono e in che cosa credo.

quindi, in fondo, non c’è differenza tra me che mi tatuo fiori e draghi e chi si tatua croci e corone di spine.

sono solo fedi diverse.

 

 

paese che vai, pop che trovi

un problema di comunicazione che per ovvie ragioni non riesco a colmare, é quello di cultura della strada. il pop nel senso di popular.

essendo cresciuta in Italia con il mito dei paesi anglofoni, non ho grosse difficoltà a capire i riferimenti pop anni 90-00 che l’interweb e le conversazioni con il mondo di fuori ci propongono. quello che ho difficoltà ad affrontare é lo più spinoso mondo pop francofono (che a sua volta ha una sottocategoria belga che é una specie di cugino di secondo grado meno chic e più volgare).

non conosco nessun attore belga*, non conosco molti attori francesi, non conosco la traduzione in francese di alcuni film che magari ho visto ma anche in Francia come da noi traducono i titoli e quindi mannaggiacazzo.


*tranne lui, lui lo conosco.

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per non parlare dei programmi tv, dei personaggi dell’intrattenimento, della musica.

conosco solo i politici, ma chiaramente nessuno parla a pranzo della politica francofona in Europa, visto che sono fricchettoni e non votano.

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con la lingua parlata a capita, va un po’ meglio del mese scorso, e con questo continuo bombardamento francese, il mese prossimo andrà un po’ meglio, e cosi’ via sempre di più.

quelli che pero’ mi risultano difficili da capire sono i riferimenti pop.

quelli dell’università della strada insomma.

quelli per cui oggi parlavano di un attore che poi ho scoperto essere l’equivalente di un Lino Banfi pero’ della Francia.

solo che io avrei difficoltà a tenere una conversazione anche su Banfi in Italia, figuriamoci cosi’.

quindi quando riesco a integrarmi meglio, a chiacchierare a pranzo, a impormi nelle loro chiacchiere, ecco che mi devo fermare perché non ho idea di chi stiano parlando.

 

 

mi servirebbe una specie di guida alla cultura pop francofona.

vous avez des suggestions?

 

 

non piacere facilmente agli altri

lavoro in una piccola scuola di circo.

e non piaccio quasi a nessuno. é un po’ melodrammatico da dire, ma é la verità.

la parte più amministrativa e di contenuti é formata da una squadra di 15 persone. troppe per l’integrazione forzata di estranei, troppo poche per una naturale formazione di gruppetti, in cui magari sarebbe più facile entrare.

quindi io, con i miei capelli lavati (non avrei mai pensato che potesse essere un segno distintivo) e la mia abitudine a dire quello che penso, non sono ben vista.

mia analisi in breve della questione:

1 – io rappresento il diverso.

per ragioni completamente opposte a quelle per cui ero la diversa a Roma, nell’agenzia in cui lavoravo prima, io qui sono un pesce four d’acqua. non ho ambizioni artistiche o da circo, ho esperienze di lavoro che non vengono dal mondo del circo o dell’arte e non mi interessa partecipare al corso in saldo per dipendenti di ballo tip tap.

io la mattina leggo il giornale, non faccio il saluto al sole o acroyoga o meditazione.

sembra una banalità, ma é un tema.

non mangiamo le stesse cose (la maggior parte di loro é vegetariana), non condivido la stessa ossessione per la cancellazione degli sprechi della plastica (ho il massimo rispetto per il pianeta terra e viviamo nella più balorda delle società consumistiche che il pianeta abbia mai visto, ma se mi sono dimenticata di portarmi una shopper non sto automaticamente uccidendo una tartaruga se chiedo un sacchetto – di carta, tra l’altro), non ho il loro stesso stile di vita ( single, vegetariano, meditazione o sport acrobatico). la mia vita non gira intorno al circo.

e questa forse è la parte più evidente.`

molti di loro sono arrivati in questa scuola appena ventenni con stage o EVS, altri, addirittura, ci sono cresciuti arrivandoci durante i corsi pomeridiani per bambini.

le uniche cose che sapevo io della scuola erano quelle lette online.

2 – io non parlo la loro lingua.

per quanto i miei progressi con il francese, da quando ho iniziato a lavorare qui, siano stati molto rapidi, io non ho un livello tale da capire le cose se non sono direttamente rivolte a me.

mi spiego.

se mi parlano in francese, io li capisco.

se siamo in riunione e io sono completamente concentrata su quello he dicono, io li capisco.

ma se siamo in ufficio, e chiacchierano tra loro, io capisco una parola su 4, forse una su 3. questo implica che non partecipo alla battuta, non riesco a interagire con il pettegolezzo, non capisco il gioco di parole.

quando pranzo con loro è un incubo, perché a tutto questo si aggiungono anche le espressioni in dialetto.

3 – ho sfidato la femmina alfa.

in realtà questa è una guerra più sottile che riguarda il modo in cui il lavoro viene diviso e il fatto che al momento sopra di me non c’è una responsabile di area (ha cambiato lavoro poco dopo il mio inizio) ma direttamente il direttore della scuola. quest’ultimo è veramente un bravo cristiano, ma non vuole prendere decisioni. é un direttore che non dirige, perché lui, da grande, voleva fare il funambolo, quindi a lui interessa principalmente la parte artistico/creativa della scuola.

sotto di lui ci sono due figure organizzative, nessuna delle due direttamente collegate con me. una delle due, l’anno scorso “gestiva” una parte del programma su cui io adesso faccio la comunicazione.

grazie a questa sua sottile connessione, da quando sono arrivata mi ha chiesto di:

  • ordinare il pranzo a un gruppo di persone ospiti a scuola
  • asciugare i piatti e riempire la lavastoviglie con i piatti del pranzo di cui sopra perché non buttiamo niente e riusiamo la plastica
  • scrivere una presentazione della scuola
  • fare foto a un gruppo di circensi di altre scuole che sono qui in gita
  • pensare a idee creative per l’intrattenimento dei circensi di cui sopra
  • mollarmi tutto il faldone del progetto che lei seguiva di cui io oggi dovrei fare solo la gestione dei social

ora, io sono l’ultima arrivata e sarò in questa scuola per un anno solo, questa invece è casa sua da 6 anni, pero’ io ho già avuto i capi furbetti, e lei, non è il mio capo, non è la mia responsabile, non è la mia persona di riferimento.

lei é solo una stronza che se ne approfitta del suo ruolo per scaricare la merda e le cose che non vuole fare addosso agli altri.

gli altri, visto che lei si è imposta dove c’era un vuoto di potere, accettano le sue volontà in modo assoluto. io ho detto che l’aiutavo con piacere, ma che non erano mie mansioni stabilite dal contratto che ho firmato con la scuola.

quindi, è iniziata la guerra.

non è un conflitto aperto, piuttosto uno stato dell’anima. una sottile guerra fredda in cui lei mi mette in situazioni in cui non posso ribellarmi apertamente e io cerco di restare a galla e di rimettere i puntini sulle i.

ma lei agisce nell’ombra, mi fa trovare davanti a situazioni già decise e si piange addosso con tutti quelli disposti ad ascoltarla, su quanto sia impegnata.

al momento la stronza è in netto vantaggio, anche perché io ho un’etica del lavoro e un senso di responsabilità per cui mi frega quasi sempre.

4 – ho il forno rotto e non posso fare i dolci.

 

quindi passo ancora molto tempo da sola al lavoro, non ho molte occasioni per socializzare e spesso vengo esclusa apertamente dalle cose.

ho ancora molto lavoro da fare qui.

:/

 

 

non si esce vivi dagli anni 90

la verità è che sono un luogo comune anni ’90.

non sono uscita viva da quel periodo li.

quindi sabato, quando sono andata a fare shopping ho comprato dei jeans a zampa d’elefante, uno scamiciato a quadrettoni nero e rosso, un maglione corto che marito commentava “ma poi non hai freddo dietro la schiena” e un numero non precisato di maglie con scollo largo per lasciare libera una spalla.

se a questo aggiungiamo le dr martens, i capelli naturalmente cotonati e un’insana voglia di acquistare le orride scarpe da ginnastica con la zeppa tornate di moda ultimamente, abbiamo chiuso il quadro.

praticamente eravamo io, mel b prima della svolta dell’eroina e un fan qualsiasi dei nirvana quando Cobain era già morto.

 

un luogo comune vivente.

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quindi, a sto punto, devo mettere una colonna sonora da luogo comune:

 

 

Hate me
Do it and do it again
Waste me
Rape me, my friend
I’m not the only one
I’m not the only one
I’m not the only one
I’m not the only one
My favorite inside source
I’ll kiss your open sores
Appreciate your concern
You’re gonna stink and burn

 

 

Le assurde paure degli altri

Il problema è la mia compagna di corso russa che sostiene che il problema dell’Europa siano gli immigrati e gli extracomunitari che non lavorano e bivaccano per la strada.

Il problema è il collega belga di origine marocchina di marito che non va a votare, perché tanto non cambia niente e invoca la democrazia diretta.

Il problema è la mia collega di lavoro con doppia nazionalità che non vota mai in nessuno dei due stati, e in uno dei due non è nemmeno iscritta alle liste (tra l’altro, è il paese in cui risiede fisicamente).

Il problema è la kazaka incinta e non sposata al settimo mese per cui i problemi del mondo sono tutti causati dai matrimoni gay.

Il problema sono questi giovani laureati, preparati che hanno deciso di investire in loro stessi e in una possibilità per il futuro.

Il problema sono loro perché non riescono ad aprirsi, hanno paura dell’altro e, soprattutto, non vogliono essere coinvolti nella vita pubblica, a nessun livello, perché, in fondo, stanno bene così.

Questo è il cazzo di problema.