paese che vai, pop che trovi

un problema di comunicazione che per ovvie ragioni non riesco a colmare, é quello di cultura della strada. il pop nel senso di popular.

essendo cresciuta in Italia con il mito dei paesi anglofoni, non ho grosse difficoltà a capire i riferimenti pop anni 90-00 che l’interweb e le conversazioni con il mondo di fuori ci propongono. quello che ho difficoltà ad affrontare é lo più spinoso mondo pop francofono (che a sua volta ha una sottocategoria belga che é una specie di cugino di secondo grado meno chic e più volgare).

non conosco nessun attore belga*, non conosco molti attori francesi, non conosco la traduzione in francese di alcuni film che magari ho visto ma anche in Francia come da noi traducono i titoli e quindi mannaggiacazzo.


*tranne lui, lui lo conosco.

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per non parlare dei programmi tv, dei personaggi dell’intrattenimento, della musica.

conosco solo i politici, ma chiaramente nessuno parla a pranzo della politica francofona in Europa, visto che sono fricchettoni e non votano.

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con la lingua parlata a capita, va un po’ meglio del mese scorso, e con questo continuo bombardamento francese, il mese prossimo andrà un po’ meglio, e cosi’ via sempre di più.

quelli che pero’ mi risultano difficili da capire sono i riferimenti pop.

quelli dell’università della strada insomma.

quelli per cui oggi parlavano di un attore che poi ho scoperto essere l’equivalente di un Lino Banfi pero’ della Francia.

solo che io avrei difficoltà a tenere una conversazione anche su Banfi in Italia, figuriamoci cosi’.

quindi quando riesco a integrarmi meglio, a chiacchierare a pranzo, a impormi nelle loro chiacchiere, ecco che mi devo fermare perché non ho idea di chi stiano parlando.

 

 

mi servirebbe una specie di guida alla cultura pop francofona.

vous avez des suggestions?

 

 

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non piacere facilmente agli altri

lavoro in una piccola scuola di circo.

e non piaccio quasi a nessuno. é un po’ melodrammatico da dire, ma é la verità.

la parte più amministrativa e di contenuti é formata da una squadra di 15 persone. troppe per l’integrazione forzata di estranei, troppo poche per una naturale formazione di gruppetti, in cui magari sarebbe più facile entrare.

quindi io, con i miei capelli lavati (non avrei mai pensato che potesse essere un segno distintivo) e la mia abitudine a dire quello che penso, non sono ben vista.

mia analisi in breve della questione:

1 – io rappresento il diverso.

per ragioni completamente opposte a quelle per cui ero la diversa a Roma, nell’agenzia in cui lavoravo prima, io qui sono un pesce four d’acqua. non ho ambizioni artistiche o da circo, ho esperienze di lavoro che non vengono dal mondo del circo o dell’arte e non mi interessa partecipare al corso in saldo per dipendenti di ballo tip tap.

io la mattina leggo il giornale, non faccio il saluto al sole o acroyoga o meditazione.

sembra una banalità, ma é un tema.

non mangiamo le stesse cose (la maggior parte di loro é vegetariana), non condivido la stessa ossessione per la cancellazione degli sprechi della plastica (ho il massimo rispetto per il pianeta terra e viviamo nella più balorda delle società consumistiche che il pianeta abbia mai visto, ma se mi sono dimenticata di portarmi una shopper non sto automaticamente uccidendo una tartaruga se chiedo un sacchetto – di carta, tra l’altro), non ho il loro stesso stile di vita ( single, vegetariano, meditazione o sport acrobatico). la mia vita non gira intorno al circo.

e questa forse è la parte più evidente.`

molti di loro sono arrivati in questa scuola appena ventenni con stage o EVS, altri, addirittura, ci sono cresciuti arrivandoci durante i corsi pomeridiani per bambini.

le uniche cose che sapevo io della scuola erano quelle lette online.

2 – io non parlo la loro lingua.

per quanto i miei progressi con il francese, da quando ho iniziato a lavorare qui, siano stati molto rapidi, io non ho un livello tale da capire le cose se non sono direttamente rivolte a me.

mi spiego.

se mi parlano in francese, io li capisco.

se siamo in riunione e io sono completamente concentrata su quello he dicono, io li capisco.

ma se siamo in ufficio, e chiacchierano tra loro, io capisco una parola su 4, forse una su 3. questo implica che non partecipo alla battuta, non riesco a interagire con il pettegolezzo, non capisco il gioco di parole.

quando pranzo con loro è un incubo, perché a tutto questo si aggiungono anche le espressioni in dialetto.

3 – ho sfidato la femmina alfa.

in realtà questa è una guerra più sottile che riguarda il modo in cui il lavoro viene diviso e il fatto che al momento sopra di me non c’è una responsabile di area (ha cambiato lavoro poco dopo il mio inizio) ma direttamente il direttore della scuola. quest’ultimo è veramente un bravo cristiano, ma non vuole prendere decisioni. é un direttore che non dirige, perché lui, da grande, voleva fare il funambolo, quindi a lui interessa principalmente la parte artistico/creativa della scuola.

sotto di lui ci sono due figure organizzative, nessuna delle due direttamente collegate con me. una delle due, l’anno scorso “gestiva” una parte del programma su cui io adesso faccio la comunicazione.

grazie a questa sua sottile connessione, da quando sono arrivata mi ha chiesto di:

  • ordinare il pranzo a un gruppo di persone ospiti a scuola
  • asciugare i piatti e riempire la lavastoviglie con i piatti del pranzo di cui sopra perché non buttiamo niente e riusiamo la plastica
  • scrivere una presentazione della scuola
  • fare foto a un gruppo di circensi di altre scuole che sono qui in gita
  • pensare a idee creative per l’intrattenimento dei circensi di cui sopra
  • mollarmi tutto il faldone del progetto che lei seguiva di cui io oggi dovrei fare solo la gestione dei social

ora, io sono l’ultima arrivata e sarò in questa scuola per un anno solo, questa invece è casa sua da 6 anni, pero’ io ho già avuto i capi furbetti, e lei, non è il mio capo, non è la mia responsabile, non è la mia persona di riferimento.

lei é solo una stronza che se ne approfitta del suo ruolo per scaricare la merda e le cose che non vuole fare addosso agli altri.

gli altri, visto che lei si è imposta dove c’era un vuoto di potere, accettano le sue volontà in modo assoluto. io ho detto che l’aiutavo con piacere, ma che non erano mie mansioni stabilite dal contratto che ho firmato con la scuola.

quindi, è iniziata la guerra.

non è un conflitto aperto, piuttosto uno stato dell’anima. una sottile guerra fredda in cui lei mi mette in situazioni in cui non posso ribellarmi apertamente e io cerco di restare a galla e di rimettere i puntini sulle i.

ma lei agisce nell’ombra, mi fa trovare davanti a situazioni già decise e si piange addosso con tutti quelli disposti ad ascoltarla, su quanto sia impegnata.

al momento la stronza è in netto vantaggio, anche perché io ho un’etica del lavoro e un senso di responsabilità per cui mi frega quasi sempre.

4 – ho il forno rotto e non posso fare i dolci.

 

quindi passo ancora molto tempo da sola al lavoro, non ho molte occasioni per socializzare e spesso vengo esclusa apertamente dalle cose.

ho ancora molto lavoro da fare qui.

:/

 

 

non si esce vivi dagli anni 90

la verità è che sono un luogo comune anni ’90.

non sono uscita viva da quel periodo li.

quindi sabato, quando sono andata a fare shopping ho comprato dei jeans a zampa d’elefante, uno scamiciato a quadrettoni nero e rosso, un maglione corto che marito commentava “ma poi non hai freddo dietro la schiena” e un numero non precisato di maglie con scollo largo per lasciare libera una spalla.

se a questo aggiungiamo le dr martens, i capelli naturalmente cotonati e un’insana voglia di acquistare le orride scarpe da ginnastica con la zeppa tornate di moda ultimamente, abbiamo chiuso il quadro.

praticamente eravamo io, mel b prima della svolta dell’eroina e un fan qualsiasi dei nirvana quando Cobain era già morto.

 

un luogo comune vivente.

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quindi, a sto punto, devo mettere una colonna sonora da luogo comune:

 

 

Hate me
Do it and do it again
Waste me
Rape me, my friend
I’m not the only one
I’m not the only one
I’m not the only one
I’m not the only one
My favorite inside source
I’ll kiss your open sores
Appreciate your concern
You’re gonna stink and burn

 

 

Le assurde paure degli altri

Il problema è la mia compagna di corso russa che sostiene che il problema dell’Europa siano gli immigrati e gli extracomunitari che non lavorano e bivaccano per la strada.

Il problema è il collega belga di origine marocchina di marito che non va a votare, perché tanto non cambia niente e invoca la democrazia diretta.

Il problema è la mia collega di lavoro con doppia nazionalità che non vota mai in nessuno dei due stati, e in uno dei due non è nemmeno iscritta alle liste (tra l’altro, è il paese in cui risiede fisicamente).

Il problema è la kazaka incinta e non sposata al settimo mese per cui i problemi del mondo sono tutti causati dai matrimoni gay.

Il problema sono questi giovani laureati, preparati che hanno deciso di investire in loro stessi e in una possibilità per il futuro.

Il problema sono loro perché non riescono ad aprirsi, hanno paura dell’altro e, soprattutto, non vogliono essere coinvolti nella vita pubblica, a nessun livello, perché, in fondo, stanno bene così.

Questo è il cazzo di problema.

la donna che ha sconfitto l’autunno

la cosa più sorprendente, la manifestazione più incredibile della vita in Belgio è l’autunno.

a roma l’autunno è finto, è una specie di prolungamento romantico dell’estate.

fa ancora caldo, ancora non piove, tutto è rosso e giallo e bello e le ottobre romane mi hanno emozionato per 11 anni.

ma in realtà, l’autunno romano era un’estate travestita.

a Bruxelles invece oggi ci sono 17 gradi di massima, il cielo è grigio e promette pioggia da qui all’eternità.

ma

io ho ancora i vestiti di cotone, non ho la canottiera (retaggio terrone e mammesco che appariva il 1 settembre per scomparire il 31 maggio – negli anni di ribellione post adolescenziale all’università scompariva il 1 maggio al concertone) e non sono raffreddata.

io ho vinto l’autunno.

l’autunno vero e piovoso del Belgio.

perché tutti possono vincere l’autunno romano, che ce vole, ma pochi possono dire di aver vinto l’autunno belga (anche perché qui è come se fosse autunno tutto l’anno, e quando non è autunno è inverno).

 

Et puis à quoi bon?
T’es tellement seul derrière ton écran
Tu penses à c’que vont penser les gens
Mais tu les laisses tous indifférents, oh, oh

 

sono cosi calata nella parte della donna che ha sconfitto l’autunno che mi sono messa ad ascoltare canzoni in francese.

la fine del mondo è vicina.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

corrompere la gente con gli zuccheri

come mi sembra di aver già chiarito più volte, non sono esattamente un tipo sociale.

il che, come direbbero i francesi, è piuttosto bizzarro visto che ho sempre lavorato nella comunicazione e adesso lavoro proprio con i social network.

inoltre, anche marito appartiene alla categoria del disagio umano, quindi sarebbe lecito chiedersi come abbiano fatto, due come noi, a trovarsi, parlarsi, uscire, sposarsi.

misteri.

il nuovo lavoro è in quella fase esplorativa per cui cerco di studiare il più possibile: mi aspetto che da un momento all’altro, mi vengano a chiedere che cazzo io stia studiando.

studio chi sono, come si presentano, dove possono arrivare.

l’ultima parte, il dove possono arrivare, é quella per cui mi hanno preso, non so se davvero me lo lasceranno fare ma, in quel caso, sarà divertente perché sono quasi totalmente vergini nel settore.

il “problema” da parte mia è questa loro spontaneità e apertura per cui neanche so i loro nomi e questi mi baciano, abbracciano, toccano.

tutte le mattine, chiunque arrivi, deve fare il tour a baciare e abbracciare i colleghi nell’open space.

toccare estranei non é proprio una cosa che mi mette a mio agio, diciamo.

e sto cercando di fare uno sforzo sovrumano pazzesco, perché lo capisco che è, prima di tutto, una questione culturale.

inoltre, la mia ben nota simpaticità è nuovamente messa sotto stress da un altro aspetto chiave: si tratta di lavorare in francese con francofoni madrelingua o quasi, per cui il mio cervello per stare dietro alle loro chiacchiere deve essere settato in modalità comprensione orale francese. essendo chiacchiere in sottofondo in un open space, una volta su cinque capisco di che parlano, non ho ancora capito se in queste chiacchiere si rivolgono anche a me, quindi cerco di fare quella molto concentrata al lavoro al pc, per evitare di diventare paranoica e pensare che ogni volta che hanno qualcosa da dire sia su di me.

ovviamente, l’universo non gira intorno a me e tantomeno questo ufficio, ma in questo posto pieno di artisti votati alla burocrazia, io sono l’evidente mosca bianca. non mi vesto come loro, non mi interessa niente delle arti acrobatiche, la mia vita non é sprecata se non faccio la funambola almeno una volta al giorno, uso costantemente il sapone e il deodorante, ma soprattutto, non parlo la loro lingua, non solo in senso letterale.

e in un certo senso, il direttore mi ha scelto per questo: io non sono come loro, e loro hanno bisogno di qualcuno con un minimo di organizzazione nel cervello.

io non sono una persona spontaneamente simpatica. sono una naturalmente secchiona, naturalmente precisa, naturalmente disponibile. ma non piaccio a tutti subito, diciamo che le persone mi apprezzano maggiormente sulla lunga distanza, quando hanno il tempo di capire che non me la tiro e che é proprio la mia faccia a essere cosi.

e qua dentro é un problema.

sarà che sono artisti e promiscui, sarà che la maggior parte di loro è cresciuta nella scuola, perché avevano iniziato a frequentarla come allievi dei corsi pomeridiani, quindi io sono evidentemente non ancora inserita, sarà che questi sono proprio tutti amici tra loro, e in più c’é l’ostacolo linguistico, ma mi sembra difficilissimo.

sto pensando che dove non posso risolvere con le mie ben scarse doti di socializzazione (il tutto é peggiorato anche dalla mia bitch face, per cui sembra sempre che li stia guardando male, invece la maggior parte delle volte sono solo distratta o molto concentrata su quello che dicono), posso entrare nei loro cuori con il cioccolato.

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un’altra esponente della bitch face tutta al naturale senza additivi o coloranti


ho in programma di corrompere i piccoli artisti con brownies, biscotti al cioccolato e muffin: calorie, zuccheri e felicità.

faccio schifo come tipo amichevole, ma il cioccolato per me non ha segreti. e tutti amano il cioccolato, anche gli artisti concettuali.

intanto devo solo cercare di sopravvivere al primo mercoledì sociale domani quando pranzeremo tutti insieme (la settimana scorsa l’ho scampata solo perché c’era un evento in sede) e alla cena per socializzare con i nuovi colleghi di venerdì sera, perché a questi artisti concettuali piace molto socializzare in gruppo.

chissà se posso portare i biscotti anche a cena…

Ciao ragazzí

Whenever I run
Whenever I run to you lost one
It’s never done
Just hanging on
Just past has let me be
Returning as if dream
Shattered as belief
If you have to go don’t say goodbye
If you have to go don’t you cry
If you have to go I will get by
Someday I’ll follow you and see you on the other side
But for the grace of love
I’d will the meaning of
Heaven from above
Your picture out of time
Left aching in my mind
Shadows kept alive
If you have to go don’t say goodbye
If you have to go don’t you cry
If you have to go I will get by
I will follow you and see you on the other side
But for the grace of love
I’d will the meaning of
Heaven from above
Long horses we are born
Creatures more than torn
Mourning our way home

https://youtu.be/Xoda_ZlvPZM

1460 giorni.

Manchi ancora, manchi sempre.